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Mercoledì prossimo, 27 novembre, si svolgerà al Mattei di Recanati una conferenza, principalmente dedicata a studenti, ma aperta a tutti, sull'argomento Video Mapping. Curatore dell'incontro, Luca Agnani, Maceratese DOC, che è attualmente considerato come uno dei maggiori visual designer e digital lighting europei e italiani.
Ma in cosa consiste esattamente questo Video Mapping, e per quale motivo si dovrebbe assistere a una conferenza rivolta soprattutto a studenti? Perché, sostanzialmente, si tratta di una delle nuove forme di comunicazione utilizzate da agenzie e aziende, un percorso da esplorare anche da parte di chi si occupa di consulenza, marketing, multimedialità, organizzazione eventi, architettura, per cui, come si può notare, il raggio d'azione del Video Mapping risulta essere abbastanza ampio. In effetti, si tratta di un termine non conosciuto da molti, tranne forse dagli esperti del settore.
Il Video Mapping non è altro che una tecnica di proiezioni capace di trasformare qualunque superficie in un display dinamico; vengono quindi create animazioni, immagini, effetti speciali, attraverso una combinazione di luci proiettate, in base alle caratteristiche geometriche dello spazio su cui si vuole realizzare l'effetto, in modo da renderlo “vivo”. Il Video Mapping può essere utilizzato, ad esempio, sulla facciata di un edificio, per dare l'impressione che stia crollando, che si muova, che sia in costruzione, brulicante di vita, in movimento, e via dicendo. In sostanza, si tratta di un gigantesco e spettacolare 3D, anche se qualcuno parla piuttosto di 4D, destinato a suscitare particolari emozioni negli spettatori, capace di anticipare magari il risultato finale di una progettazione, di stimolare, insomma, una nuova creatività.
La tecnica è stata già più volte utilizzata, come esempio riportiamo il magnifico lavoro compiuto sul Duomo di Milano, ormai quasi due anni fa, in occasione dell'apertura della catechesi quaresimale: da vedere per capire di cosa parliamo. http://www.youtube.com/watch?v=Ar8c8-NC2Ik
Il convegno a Recanati si svolgerà alle ore 11,00 presso l'aula multimediale del Mattei, un'occasione per giovani studenti, ma anche per chi non si tira indietro, davanti alle nuove frontiere di una tecnologia posta al servizio dell'arte.
Non finisce di far discutere la questione "ambientale-industriale" nell'entroterra maceratese.
Con l'espressione si vuole comprendere quelli che sono forse i tre argomenti più caldi del territorio, ovvero la centrale biogas da poco operante a Matelica, la probabile trasformazione del cementificio Sacci di Castelraimondo in inceneritore, e il paventato insediamento di un'industria insalubre RIR.
Il Movimento 5 stelle di Fabriano, attraverso il deputato Patrizia Terzoni e i consiglieri comunali Sergio Romagnoli e Joselito Arcioni, ha iniziato una campagna sugli effetti di quello che viene giudicato un vero e proprio "piano di distruzione" del triangolo Matelica-Castelraimondo-San Severino. Al riguardo, infatti, la posizione del Movimento è netta.
"Un fazzoletto di territorio di pochi chilometri quadrati nel quale rischiano di vedersi concentrate una centrale biogas, una industria insalubre RIR e un cementificio trasformato in inceneritore. La centrale biogas già operativa ha iniziato a inondare i terreni agricoli con il digestato, ricco di nitrati che rischiano di inquinare le falde acquifere, ed è già stata protagonista di probabili sversamenti diretti nel fiume Esino, sui quali si sta indagando. Per non parlare dei danni arrecati alle attività delle aziende agricole a vocazione zootecnica, che vedono i terreni, prima destinati alla produzione di alimento animale, passare alla produzione di colture dedicate a servizio della centrale. Per quanto riguarda l'insediamento dell'industria insalubre tutto sembra tacere. Ma sappiamo che è solo per fini elettorali…meglio non parlarne in questi mesi che anticipano le elezioni amministrative, soprattutto visto che l'ideatore e promotore è uno dei possibili candidati sindaco. Passato maggio torneranno alla carica, fanno sempre così, a Fabriano ne sappiamo qualcosa con la questione Indesit: elezioni fatte, nuovo piano industriale lacrime e sangue da tempo pronto nel cassetto ufficializzato. La trasformazione del cementificio in inceneritore, dove bruciare tutti i rifiuti regionali e non solo, che passa per un potenziamento dei forni e quindi della quantità di materiale in grado di bruciare, completa il quadro. Ora la nostra attenzione è puntata su Matelica, una città dove negli ultimi anni si è praticamente sperimentata la strategia del Partito Unico e dove per il futuro si prefigura la riproposizione del modello di berlusconiana memoria dove l'imprenditoria si mescola con la politica, una politica fatta con i soldi, una cascata di soldi. Matelica, una città che pochi anni fa sembrava instradata verso un progetto che poteva portarla a diventare un polo di attrazione turistica nazionale e internazionale grazie alle ricchezze paesaggistiche, storiche ed enogastronomiche, rischia ora di diventare la “Terra dei fuochi” delle Marche".
Durissimo quindi il giudizio sull'operato della politica locale, da parte dei rappresentanti del Movimento, i quali contano ora sulla collaborazione dei cittadini. "I cittadini non hanno fatto niente di male ma prossimamente toccherà a loro decidere quale futuro consegnare alla propria terra e ai propri figli. Noi ci siamo e siamo pronti a far fronte comune e a fare la nostra parte".
Sulla stessa lunghezza d'onda il Movimento 5 stelle di Matelica, che lamenta l'assoluta diserzione della battaglia ambientalista da parte delle forze politche locali.
"Solo nella nostra regione si sono costituiti oltre trenta comitati spontanei di cittadini, nati per difendere le proprie terre dalle centrali a biogas. Quasi ovunque questi comitati sono affiancati e supportati nelle loro battaglie dalle amministrazioni locali e dai sindaci, spesso in accordo con le opposizioni. Noi non abbiamo questo supporto. Al contrario, a Matelica non ci rappresenta nessuno. Non ci rappresenta la giunta Sparvoli, che a suo tempo ha accolto a braccia aperte l'impianto, e che ora stenta a farsi carico delle preoccupazioni dei cittadini. Tantomeno ci rappresentano le opposizioni, che avrebbero dovuto lottare e farsi sentire in regione invece di prostrarsi al volere della giunta Spacca. A oggi non vi è ancora una chiara e netta presa di posizione né dalla maggioranza né dall'opposizione contro questa centrale, che presenta diverse criticità, alcune evidenti (l'odore…), altre più subdole (l'innalzamento degli affitti dei terreni che mette in crisi le aziende agroalimentari), altre ancora pericolosamente sconosciute ai più (lo spargimento dei reflui della centrale nei campi)".
Giovedì 21 novembre, a Camerino, è stata celebrata la ricorrenza della “Virgo Fidelis”, patrona dell'Arma dei carabinieri. La funzione religiosa si è tenuta nella caserma “Bonsignore”, sede della locale compagnia, officiata dall'arcivescovo Francesco Giovanni Brugnaro, che nell'omelia ha sottolineato come la scelta della Virgo Fidelis vuole rimarcare la fedeltà della Benemerita ai principi di difesa della patria e del popolo italiano, valori che ne hanno sempre improntato l'agire quotidiano. Presenti le autorità militari e civili, il sindaco Dario Conti, il vice sindaco Gianluca Pasqui e l'assessore Roberto Lucarelli, i comandanti delle stazioni con i militari e le rispettive famiglie, i rappresentanti dell'Arma in congedo e le altre associazioni combattentistiche e d'arma. Prima della benedizione finale il capitano Vincenzo Orlando, dopo aver ringraziato tutti gli intervenuti, ha ricordato la sanguinosa battaglia di Culqualber (Africa Orientale 1941), quando un intero battaglione di carabinieri si immolò in nome dei sacri valori civili e militari, sottolineando come l'eredità lasciata dagli eroi va difesa con la fedeltà ai valori dell'Arma che consente ai Carabinieri di essere sempre presenti in prima linea a difendere la collettività. L'ufficiale ha poi anche commemorato la “Giornata dell'orfano”, istituita nel 1996 per dare assistenza ai figli dei carabinieri caduti in servizio, rivolgendo un sentito pensiero verso tutti gli orfani che non ricevono più le carezze dell'amato genitore scomparso prematuramente nell'adempimento del suo dovere.
Tra le notizie di cronaca non si fanno mai desiderare, purtroppo, quelle relative a furti e rapine, ai danni di privati, esercizi commerciali, istituti bancari. Proprio questi ultimi sono balzati alle cronache nelle ultime ore, in due differenti province della nostra regione, Ancona e Macerata. Risale a pochissimi giorni fa la notizia di una rapina effettuata presso la Banca delle Marche di via Gigli ad Ancona, questione di ore, invece, quella svoltasi a Civitanova Marche, ai danni della Banca dell'Adriatico in via Boiardo. In apparenza, niente di nuovo sotto il sole, o, forse, viste le previsioni meteo attuali, sarebbe il caso di affermare niente di nuovo sotto la pioggia; banditi camuffati, importanti cifre di denaro estromesse, paura tra i presenti, impiegati e clienti.
Ma, a ben guardare, le dinamiche riportate appaiono simili in maniera inquietante. Partiamo da Ancona. Due banditi con il volto coperto entrano nel primo pomeriggio, poco dopo l'orario di chiusura, e, armati di taglierino, chiudono nel bagno i tre impiegati presenti, dopo averli obbligati a sbloccare la cassaforte. Una volta arraffato il bottino, di circa 80.000 euro, fuggono senza lasciare tracce, probabilmente perché nessuno, da fuori, si era accorto di quello che stava occorrendo all'interno dell'edificio.
Modus operandi molto simile per la Banca dell'Adriatico di Civitanova Marche, due uomini entrano, poco prima della chiusura degli sportelli, sono camuffati in volto e muniti di un cutter e di un coltello in ceramica. Intimano di non muoversi ai presenti, due clienti e sei dipendenti, e addirittura chiedono al direttore di vedere il suo documento d'identità, per conoscerne l'indirizzo di residenza e minacciarlo di eventuali future ritorsioni; una volta appreso ( ma, forse, ne erano già a conoscenza?) che la cassaforte necessita di tempo per sbloccarsi, decidono di attendere pazientemente. Le otto persone testimoni della rapina vengono rinchiuse in uno stanzino, mentre i banditi, con calma, si appropriano del denaro, una cifra di parecchie decine di migliaia di euro. Poi fuggono, a bordo di un'auto parcheggiata fuori dall'istituto, anche in questo caso senza lasciare tracce, proprio perché la rapina si svolge nella massima tranquillità, senza coinvolgere nessuno in strada, una vera e propria passeggiata per i malfattori.
Vero è che le rapine in banca si assomigliano un po' tutte, coltelli e taglierini tra le armi più gettonate, testimoni rinchiusi in modo da lasciare il campo libero ai banditi, automobili appostate che attendono il ritorno della banda, e via dicendo. Emulazione, banditi che prendono spunto da altri senza mai una traccia di originalità, o potrebbe persino trattarsi degli stessi malviventi che battono il ferro finché è caldo?
Fatto sta che, forse, gli istituti bancari e le forze dell'ordine, dal momento che le rapine sono appunto spesso replicate in tal modo, dovrebbero provvedere di conseguenza: il non breve lasso di tempo necessario a sbloccare la cassaforte non garantisce una rinuncia da parte dei malviventi… a forza di file e attese siamo diventati tutti più pazienti, in Italia, compresi i rapinatori!
Giornata da ricordare, quella di giovedì 21 novembre, per la sanità marchigiana. In mattinata è stata infatti siglata una convenzione con la Regione Puglia per la cessione di Albumina prodotta dal plasma dei donatori marchigiani. Si tratta della prima cessione in Italia fra Regioni di farmaci salva-vita derivanti da separazione del plasma donato: “Un'iniziativa che ancora una volta distingue la Regione Marche in termini di sostenibilità ed economicità del Sistema Trasfusionale Regionale, – ha commentato con soddisfazione l'assessore alla Salute, Almerino Mezzolani – così come ci viene riconosciuto dal Centro Nazionale Sangue, consentendo un utilizzo etico e razionale dei medicinali provenienti dalle donazioni volontarie e gratuite dei donatori di sangue marchigiani”.
All'incontro ha partecipato una delegazione della Regione Puglia, rappresentata dal Direttore del Policlinico di Bari, dal Responsabile del Centro Regionale Sangue Puglia, dalla Direzione Amministrativa Assessorato Sanità Regione Puglia, dal Direttore Servizio Trasfusionale Policlinico di Bari, Avis Marche e Kedrion.
La convenzione, approvata con DGR 1169/2013, nasce dalla volontà di contribuire all'autosufficienza nazionale, e di non incorrere in rischi di spreco di prodotto dato che, al termine del 2012, la Regione Marche aveva un magazzino del farmaco Albumina pari a più del doppio del proprio fabbisogno, mentre altre Regioni italiane ne erano carenti. Il Dipartimento Interaziendale Regionale di Medicina Trasfusionale e il Centro Regionale Sangue della Regione Marche hanno così avviato, agli inizi di quest'anno, la procedura per identificare quali regioni mostravano carenze del farmaco. La Regione Puglia è risultata carente e disposta ad acquisire quantitativi di Albumina. La Direzione del Dipartimento Interaziendale Regionale di Medicina Trasfusionale ha poi promosso uno studio per comprendere il prezzo di cessione congruo alla copertura dei costi di produzione e lavorazione con la collaborazione dell'Agenzia Regionale Sanitaria (ARS). Sono state quindi attuate le procedure amministrative, previo parere favorevole del Centro Nazionale Sangue, per l'esecuzione del contratto di cessione di 50.000 flaconi di Albumina. Il quantitativo è stato definito secondo il fabbisogno della Puglia, e la necessità delle Marche di non incorrere nel rischio di scadenza (3 anni) e di mantenere alto il magazzino per soddisfare eventuali richieste impreviste nel territorio marchigiano. Il prezzo di cessione fissato a copertura dei costi è stato di 20 euro a flacone. Parte delle entrate generate da tale scambio saranno impiegate dal Dipartimento Interaziendale Regionale di Medicina Trasfusionale della Regione Marche nell'acquisto di materiale sanitario e non sanitario da utilizzare nella raccolta di plasma sul territorio. Tale strategia consentirà di mantenere l'autosufficienza regionale di emocomponenti e farmaci plasmaderivati. “Nonostante l'attuale congiuntura economica preoccupante, qualora ne ricorrano le condizioni, si continuerà a contribuire al fabbisogno nazionale attuando future cessioni a regioni carenti”, ha concluso l'assessore.
Nelle stesse ore, a Fabriano, è stato inaugurato il nuovo Pronto Soccorso.
“Un'occasione per riflettere e condividere lo stato di avanzamento della riforma sanitaria avviata dalla Regione”. Con questo auspicio, il presidente della Giunta regionale, Gian Mario Spacca, ha introdotto la cerimonia di inaugurazione del nuovo Pronto soccorso e della nuova Tac dell'Ospedale di Fabriano. Una struttura più ampia e funzionale, adeguata alle nuove esigenze e alle necessità di tutto il comprensorio fabrianese. “L'investimento - ha detto il presidente - consente di modernizzare gli impianti che erano particolarmente vetusti. Un servizio datato che aveva bisogno di un profondo rinnovamento. Lo abbiamo fatto, non senza sacrificio, per allineare questa struttura alla media regionale. Questa giornata - ha continuato - apre il cuore al sorriso, ma ci invita anche alla riflessione sul momento difficile che stiamo ancora vivendo. Un momento che richiede non soltanto nuove macchine, ma anche grande determinazione e senso di responsabilità. La Regione ha compiuto una scelta netta a favore della coesione della comunità delle Marche. Questo significa, soprattutto, potenziamento dei servizi sociali e sanitari. Siamo alle prese con risorse calanti per il drastico taglio ai trasferimenti nazionali: lo Stato riduce le risorse, ma la Regione non consente che questo ricada sui cittadini”.
Spacca, ricordando come le Marche siano la prima regione in Italia per riduzione della mortalità evitabile, e rientrino tra le regioni benchmark per la sanità, ha sottolineato quanto i risultati di questa azione della Regione siano evidenti. “Merito del nostro lavoro e di quello di tutti i professionisti sociosanitari – ha aggiunto – In un trend decrescente di risorse, però, ciò non basta ed è per questo che abbiamo avviato la riforma del sistema con l'efficientamento delle reti di emergenza, la riconversione dei piccoli presidi in strutture sociosanitarie e l'organizzazione degli ospedali in rete. Tutto ciò – ha concluso – richiede un grande sforzo da parte di tutti. Un ringraziamento va alla responsabilità dimostrata dal personale sanitario che ha compreso il nostro pensiero strategico: mantenere la coesione, partendo dal diritto fondamentale dei cittadini che è quello della salute”.
Per il sindaco di Fabriano, Giancarlo Sagramola, l'inaugurazione rappresenta “un momento di rilancio per l'entroterra e per le prestazioni sanitarie delle aree montane”. Il primo cittadino ha quindi ringraziato gli operatori sanitari della struttura, per l'ottimo lavoro che stanno svolgendo, in quanto “le persone fanno la qualità del servizio”.
Secondo il direttore dell'Asur, Piero Ciccarelli, “il pronto soccorso rappresenta il cuore degli ospedali. Oggi a Fabriano, come in un intervento di angioplastica, abbiamo dilatato un restringimento e allargato la possibilità di accesso a una struttura più moderna, che consente di curare il paziente in emergenza con maggiore tempestività e la sicurezza necessaria”.
Per il direttore del Pronto soccorso, Elio Palego, “l'ospedale dispone di una struttura adeguata alle necessità, con maggiori spazi riservati all'area dell'emergenza. Statisticamente, un cittadino su due si reca al pronto soccorso una volta all'anno. A Fabriano registriamo circa 23 mila accessi annui, su una popolazione di 46mila residenti”.
La presenza della vecchia Tac, posizionata nel nuovo Pronto soccorso (poiché ancora idonea per gestire la maggior parte dei pazienti che si rivolgono alla struttura), e la Radiologia implementata con la nuova apparecchiatura, secondo il direttore del reparto, Francesco Bartelli, “consentono di eseguire, anche a Fabriano, esami in linea con le più moderne reti cliniche, senza la necessità di ripeterli in caso di trasferimento del paziente in altre strutture più specializzate”. Bartelli ha poi anticipato che l'ospedale fabrianese, insieme ad altri, sperimenterà un nuovo sistema di teleconsulto con l'ospedale di Ancona.
Il presidente della Comunità Montana di San Severino Marche, Gian Luca Chiappa, interviene nell'ambito dell'emergenza che ha colpito tutta la provincia di Macerata, e alcune piccole comunità dell'entroterra nello specifico, dopo l'ondata di maltempo dei giorni scorsi. Le Comunità Montane, che assumeranno presto altra denominazione, quella di Unioni Montane, e, insieme, si spera anche una maggiore funzionalità come enti, non sono soggette ai vincoli del Patto di Stabilità per i piani di azione sul territorio, dichiara il presidente. Se i comuni, come è evidente, si trovano sottoposti a enormi pressioni e difficoltà, perché soldi non ce sono, le casse delle amministrazioni risultano vuote quanto necessari gli interventi sul territorio, le Comunità possono agire in maniera rapida, perché conoscono bene la zona, con i suoi punti deboli e quelli di forza, non solo: possono maneggiare senza troppi vincoli gli eventuali finanziamenti dedicati.
“Le Comunità Montane operano già su territorio, lo conoscono molto bene, possono fare da raccordo firmando protocolli d'intesa con la Regione, la Provincia, le realtà locali, e gestire da capofila, perché appunto fuori dal Patto di Stabilità, i fondi europei”.
E' necessario, però, agire in fretta, non tanto per tamponare ciò che purtroppo è già accaduto, quanto per evitare il ripetersi, in futuro, di devastazioni del genere: servono investimenti per prevenire e mitigare il rischio idrogeologico.
“Nella legge che istituisce le Unioni Montane – prosegue il presidente Chiappa – sono previsti accordi con i Consorzi di bonifica per questo tipo di azioni dove la Provincia può intervenire per aspetti paesaggistici, con il Corpo Forestale per l'abbattimento degli alberi, con l'ex Genio Civile per le opere di salvaguardia delle sponde dei fiumi”.
Ovviamente, è necessario creare un piano unico, che coinvolga tutti i comuni presenti, perché inondazioni e frane non conoscono confini geografici, per cui infrastrutture e progetti di risanazione non devono riguardare il singolo, ma la collettività. A questo proposito, si potrebbe ipotizzare una cifra di circa 5 milioni di euro, da attingere ai fondi ex FAS, con i quali attuare opere di bonifica e sistemazione alvei e argini, garantendo oltretutto un monitoraggio futuro costante, per scongiurare, appunto, il rischio di recidività. Sono interventi da effettuare, ad ogni modo, entro il 2014, inutile continuare a porre rimedi quando ormai è troppo tardi.
“Queste operazioni vanno effettuate dove nascono i fiumi, per poi arrivare al mare, gli interventi a toppe non hanno valore. Le emergenze sono una cosa seria, ultima è la Sardegna ad insegnarcelo, e vanno affrontate seriamente”.
Nel frattempo, il Presidente della Provincia di Macerata Pettinari ha rivolto un appello al Premier Enrico Letta, condividendo in pieno la dichiarazione secondo cui “di fronte a un fatto calamitoso come quello che ha colpito la Sardegna, l'allentamento del Patto di stabilità, per i comuni toccati, è una conseguenza assolutamente naturale”, e chiedendo l'allargamento della stessa misura alle zone delle Marche colpite nei giorni scorsi.
Molti, i comuni che attendono risposte sull'emergenza da affrontare, su come affrontarla, su come reperire fondi e, soprattutto, come affermato dal Presidente Chiappa, su come evitare altre catastrofi nell'ottica, anche, di un inverno ormai alle porte.
Cambiando l'ordine dei fattori il prodotto non muta. Si ripensa alla proprietà commutativa, per la vicenda che ha riguardato ancora una volta, suo malgrado, la famiglia Sileoni, relativamente alla refurtiva. A distanza neanche di un anno – il primo raid avvenne nella notte tra Santo Stefano ed il 27 dicembre 2012 – i ladri sono di nuovo venuti a far visita all'abitazione del co-presidente della Settempeda, Piero Sileoni, in via Di Contro, nell'omonimo quartiere.
Questa volta con modalità diverse, prima fra tutte quella temporale, dalla notte del primo furto al pomeriggio di martedì scorso. Ma con un bilancio ugualmente magro. Durante le festività natalizie del 2012 i ladri trafugarono una play station portatile. Stavolta sono spariti un paio di centinaia di euro e qualche anellino, “ma il bilancio non è trascendentale – cerca di consolarsi il giovane ex attaccante ed ora dirigente biancorosso -, soprattutto in considerazione del fatto che presumibilmente le persone che hanno “visitato” la mia abitazione erano diverse. Sono infatti stati praticati quattro fori nella rete di recinzione a protezione del retro della casa ed all'interno è stato messo tutto a soqquadro. Tende strappate che hanno fatto ipotizzare agli inquirenti (il fatto è stato denunciato ai carabinieri della locale Stazione che hanno immediatamente fatto un sopralluogo, ndr) una fuga immediata al momento del ritorno, alle 17.45, di mio fratello Paolo, forse per la presenza di un “palo” alla finestra. Divani rovesciati, cassetti aperti con la biancheria alla rinfusa, armadi rovistati e tutti i quadri staccati dalle pareti alla ricerca della cassaforte che, dopo il primo raid ladresco, ho lasciato senza valori. L'hanno forzata, ma non hanno trovato nulla di appetibile. Memori della prima disavventura mia madre Giuliana, mio fratello ed io abbiamo prestato costantemente attenzione a non lasciare preziosi e danaro a casa”. Per fortuna! Comunque il portone d'ingresso è stato danneggiato perché forzato con un pie' di porco e necessita di riparazione. Intanto si stanno vagliando possibili testimonianze dato che gli autori dell'”impresa” hanno raggiunto la casa dalla campagna del retro, lasciando la loro auto in una via parallela della zona nota come “Morticelli” o addirittura lungo la variante della Sp 361. Potrebbe essere stata notata.
Luca Muscolini
E' polemica sull'arrivo della banda larga nella zona lungo la provinciale apirese, laddove si erige, a circa 11 Km da San Severino Marche, la Torre del Castello di Aliforni, risalente al XIII secolo. Il coordinatore di Forza Nuova Valter Bianchi denuncia lo scempio di antenne wireless sulla sommità, appunto, della torre.
L'installazione di antenne che permettessero anche alla cittadinanza residente in zone non ancora servite dalla banda larga di usufruire di wi-fi, era stata prevista dal Piano Telematico Regionale, finanziato a sua volta dal Piano Operativo Regionale 2007-2013, e avrebbe dovuto fornire a tutti una copertura compresa tra un minimo di 4 Mbit e un massimo di 20Mbit. La ditta vincitrice dell'appalto ha delegato un'azienda privata, specializzata nel settore, per provvedere all'impiantistica nelle cinque province interessate, e Macerata si è appunto rivolta ai suoi comuni richiedendo la segnalazione di siti pubblici, come torri civiche, torri di acquedotti, tralicci, che potessero risultare utili ai fini dell'installazione.
La torre del castello di Alfioni è stata individuata dalla ditta come un luogo idoneo per le antenne wireless, e una richiesta formale è stata quindi avanzata all'Ufficio protocollo, promettendo una connessione hot spot al Comune, in cambio della disponibilità, e inoltrando inoltre un parere favorevole da parte della Soprintendenza. Favorevole sì, ma a patto che le installazioni fossero di modeste dimensione e di colori neutri, facilmente mimetizzabili, promessa che non è stata mantenuta, in quanto le antenne rappresentano, al momento, un disturbo visivo abbastanza evidente per chi ammira il panorama della Torre.
Dopo gli episodi denunciati nelle scorse settimane, è allarme bullismo all'Istituto Medi di Porto Recanati, tanto che anche il sindaco Rosalba Ubaldi è intervenuto sulla questione, partecipando al consiglio d'istituto con la preside e i docenti. Giorni fa, infatti, alcuni minorenni erano stati identificati come membri di una vera e propria baby gang, dedita a piccole estorsioni e ricatti nei confronti di compagni di scuola più piccoli o deboli. Minacce, biciclette rovinate, zaini squarciati e addirittura aggressioni fisiche, nel caso la vittima di turno si fosse rifiutata di consegnare alcuni oggetti o delle piccole cifre di denaro. Il caso è esploso quando uno dei genitori, di fronte ai lividi del figlio, non ha esitato a rivolgersi alle forze dell'ordine, prima ancora che alle figure di competenza all'interno della scuola. Purtroppo, gli stessi docenti si trovano spesso impotenti di fronte a situazioni del genere, in cui i minori accusati vengono difesi dai propri genitori.
Ovviamente, si sono attivate anche le autorità politiche e sociali della cittadina, per cercare una collaborazione sinergica che porti a risolvere, o quantomeno contenere, questo dilagante fenomeno; il progetto " Capirsi in sicurezza", che coinvolgerà anche polizia municipale e figure specializzate in assistenza psicologica a minori con problematiche, sarà, per il secondo anno consecutivo, uno dei punti forza delle politiche giovanili.
Porto Recanati non rappresenta di certo un caso isolato, perché il fenomeno del bullismo rappresenta un oceano dilagante, un qualcosa che oramai viene quasi assimilato dai ragazzini e da molti genitori come normale, legato alla crescita, una prova difficile ma necessaria che tutti ci siamo trovati a vivere almeno una volta. Ciò che colpisce è la soglia d'età sempre più bassa: il Medi, infatti, è un Istituto Comprensivo che racchiude scuola dell'infanzia, scuola primaria e secondaria di primo grado; gli episodi sono avvenuti principalmente all'interno della scuola media, nelle cui aule siedono anche ragazzini appena usciti dalle elementari, con ancora in mente il ricordo delle maestre e dei cartelloni da appendere alle finestre.
Il progetto citato, "Capirsi in sicurezza", è già stato attivato lo scorso anno, all'interno delle classi di prima e seconda media. Ragazzi di 11-12 anni, quindi. Vero è che la prevenzione resta sempre la migliore arma, e che l'educazione alla tolleranza e al rispetto va inculcata quanto prima possibile, ma il fatto che l'emergenza scatti comunque all'interno di un simile contesto deve dare davvero di che pensare.
Da sempre esiste la figura del più forte, in senso se non altro fisico, che cerca di prevaricare e sopraffare il più debole, e chiunque, nel corso della propria esistenza, si è trovato a superare una prova del genere, apprendendo in questo modo a gestire delle situazioni o a sviluppare la propria personalità, superando i timori; ma ben diversa è la situazione di bambini aggrediti da altri bambini, bambini che nella nostra florida società, perché florida rimane ancora a dispetto della crisi, sentono la mancanza disperata di qualcosa.
Soldi, sigarette, merendine. Tutte cose che hanno, che potrebbero avere, o che non dovrebbero avere. Che si procurano, nonostante tutto, pensando anche di costruirsi, nel frattempo, una facciata di tutto rispetto, di quello davanti a cui tutti abbassano lo sguardo.
Bambini sempre in branco, eppure sempre più soli.
Secondo la Corte di Appello di Ancona, le responsabilità dell'incidente sono da ricercare nella non osservanza di elementari norme di sicurezza e di gestione degli impianti: resa nota dai Comitati cittadini dei quartieri Villanova e Fiumesino di Falconara e dai loro legali la motivazione della sentenza che il 3 luglio scorso ha condannato a un anno e due mesi per omicidio colposo plurimo (pena sospesa) l'ex direttore della Raffineria Api di Falconara marittima Franco Bellucci, l'ex capo servizio della manutenzione Sergio Brunelli e Claudio Conti, all'epoca capo manutenzione off site.
L'incidente in questione, riguardante un'esplosione e il conseguente incendio nella sala pompe della raffineria, provocò la morte di due operai, Mario Gandolfi e Ettore Giulian, oltre a causare disagi e malori tra gli abitanti dei quartieri limitrofi. Le motivazioni alla sentenza parlano, appunto, di responsabilità connesse all'errata abitudine di lasciare aperte le valvole dei circuiti nei periodi di non utilizzo, fatto che provocò l'afflusso di benzina scatenante l'esplosione e il terribile incidente. Una corretta gestione e osservanza delle norme di sicurezza, pertanto, avrebbe potuto evitare due morti occorse per semplice noncuranza, ma non solo: un'altra motivazione è data dalla mancata manutenzione, opportunamente segnalata e volutamente ignorata, visto che il macchinario in questione non era stato sottoposto ai controlli necessari per verificarne la funzionalità.
Sono trascorsi ben 14 anni dall'incidente che costò la vita a due operai senza che da parte loro vi fosse alcuna responsabilità connessa, come il processo ha sottolineato, e si corre adesso il rischio di andare in prescrizione, se i condannati faranno ricorso contro la sentenza di appello, in quanto i giudici di Cassazione dovranno pronunciarsi entro e non oltre l'estate del 2014.
Purtroppo, le tempistiche della burocrazia e della giustizia italiana sono note a tutti, ci si augura, quindi, che almeno per una volta le responsabilità vengano assunte da chi di dovere, e che non siano gli interminabili processi a beffare la ricerca della verità, per quanto scomoda essa possa risultare.
