Con una recente sentenza pronunciata dal Tribunale di Viterbo, sezione lavoro, è finalmente stata accertata l'esistenza della MCS, acronimo per sindrome da ipersensibilità chimica multipla. Si tratta di un riconoscimento importantissimo riguardante migliaia di italiani, inoltre è una orgogliosa nostra vittoria giudiziaria, maceratese. La causa infatti è stata sostenuta dalla sede cittadina dell'Associazione nazionale Sos Utenti, composta da 4 avvocati tutti sotto i 35 anni di età. Nello specifico a portare avanti la battaglia è stato l'avvocato Alessandro Peca, peraltro già referente regionale di Sos Utenti. Questi ci spiega così la sentenza: “Per la prima volta un Tribunale italiano tutela un malato di Mcs che viene, di norma, definito dal mondo scientifico, politico e sociale come affetto da gravi disturbi mentali. La ricorrente richiedeva come presupposto di base il formale riconoscimento di tale sindrome, al fine di vedere riconosciuta un'invalidità permanente al 100% e la condanna dell'INAIL al pagamento di una rendita vitalizia. La richiesta è stata parzialmente accolta sulla base della consulenza tecnica disposta dal Giudicante. In tal sede è, infatti, emerso che la ricorrente è affetta da una forma (seppur lieve) della sindrome e tale condizione è da imputarsi ai prodotti chimici presenti sul posto di lavoro”. In termini medici, questa sindrome compromette in maniera cronica diversi apparati in modo stabile, tanto da indurre una ipersensibilità (non una sensibilizzazione di tipo allergico) a diversi prodotti chimici che usiamo quotidianamente. Addirittura negli Usa l'Mcs ha colpito ben 37 milioni di persone ed è anche nota come la “sindrome del Golfo”, avendola contratta molti reduci dalla guerra in Iraq. “Ovviamente – conclude Peca- siamo ad un punto di partenza e non di arrivo. La sentenza n. 53/2010 del Tribunale di Viterbo pur affermando, come detto, l'esistenza della patologia, riconosce alla ricorrente una invalidità del 10% conseguentemente condannando l'INAIL al pagamento della relativa indennità. Ci si prepara pertanto, in accordo con la parte ricorrente, alla redazione ed al deposito di un atto di appello presso la Corte d'Appello di Roma al fine di rilevare la macroscopica incongruenza esistente tra l'ammettere la sussistenza della patologia ed attribuire a chi ne è effetto una invalidità non totale.”
Andrea Scoppa
