Solo Giulio Bedeschi potrebbe descrivere le vicende dell'alpino Mario Cipollari, classe 1918, scomparso a Caldarola l'8 giugno 2013 col suo libro “Centomila gavette di ghiaccio” dove viene rievocata la ritirata di Russia, durante la quale ben centomila soldati italiani perirono combattendo o soccombendo al freddo e alla fame. Ho ascoltato dalla viva voce di Mario quella storia, quando sul fiume Don ripiegava la sua colonna nell'aprirsi un varco nelle sacche sulla neve di Russia nell'inverno 1942-1943 e i patimenti varcavano i limiti della capacità di sopportazione umana, oltre i quali s'affacciava, quasi a sollievo, la morte. Lo sapeva Mario, quando trascinò, incoraggiandolo, il commilitone Nello Mosciatti di Casteraimondo e lo convinse, seppur stremato, a riprendere il cammino, pur con i piedi congelati e le mani irrigidite, mentre il dannato vento della steppa rallentava l'andatura e sollevava con le sue folate la neve color cinerina come polvere sui pastrani e i passamontagna. Erano uomini, parevano bruti, vivi solamente per il proprio dolore. Stanchezza, fame, sete, freddo, sonno: cinque elementi d'inferno in quell'orizzonte cancellato dall'implacabile biancore della neve. Mario, ormai salvo, cullato dalla nenia che saliva dalle rotaie, sulla paglia dei carri-bestiame che lo riportava in Italia, di quella tragedia, a cui poi si aggiunsero anni di prigionia in Germania, ha sempre conservato l'orgoglio di un dovere compiuto. Quando muore un alpino dicono che le stellette della giubba si staccano e vanno a formare le stelle nel firmamento d'Italia; a questo aggiungo la parabola dei talenti, moltiplicati in vita da Mario Cipollari da consegnare a Cristo, sulla falsariga di don Turla, che ha vissuto la stessa tragedia “7 rubli per il cappellano”.
Eraldo Pittori
