Lo storico triestino di cultura slovena, Elio Apih, morto nel 2005 e membro della commissione nominata dai governi di Roma e Lubiana per studiare e capire i perchè delle migliaia di infoibati, esclude che si sia trattato di vendette, rivalse, insurrezioni popolari degli slavi nei confronti degli italiani.
Egli arriva alla conclusione che si trattò di un'azione politica messa in atto dai seguaci di Tito secondo le indicazioni giunte a suo tempo da Stalin.
Solo così si può spiegare l'uso dello stesso tipo di organizzazione già praticata da Hitler e Stalin nei massacri perpetrati da strutture governative nei confronti di civili inermi.
Nelle foibe, insieme alle circa 15.000 vittime italiane, finirono anche croati, sloveni, serbi, tedeschi e persino qualche militare alleato, elementi che, in qualche modo, erano di intralcio all'obiettivo di spianare la strada al nascente regime comunista jugoslavo.
Questo tipo di interpretazione si va facendo sempre più strada anche fra gli altri storici che studiano quei fatti. E' una visione di quella immane tragedia che in qualche modo rasserena gli animi: non furono popoli contro, ma la solita storia di un dittatore vincitore e sanguinario che esige oro e sangue dai vinti: l'oro preteso furono quelle bellissime terre che sono l'Istria, la Dalmazia, le isole del Quarnaro, la valle dell'Isonzo, il sangue fu quello degli italiani che non vollero assoggettarsi al regime comunista.
C'è da dire, addirittura che le pretese slave arrivavano fino a tutto il Friuli, fino al Tagliamento.
In questi ultimi anni si sono moltiplicate le manifestazioni per ricordare le vittime di Tito e gli avvenimenti che costrinsero 250.000 italiani a lasciare le loro case e tutti i loro beni, le loro chiese, i loro cimiteri con i loro cari defunti per trovare rifugio nel resto d'Italia.
Il 10 febbraio è Il Giorno del Ricordo.
Noi marchigiani e gli emiliani forse dovremmo ricordare qualcosa in più rispetto agli altri italiani: nel febbraio del '47 gli avvenimenti precipitano, l'umiliante trattato di Parigi decreta anche l'inizio della seconda e molto più consistente barbarie dei titini nei confronti degi italiani, Maria Pasquinelli a Pola uccide il generale inglese Robin De Winton il giorno 10 e subito dopo partono per mare alcuni convogli che portano migliaia di esuli fino al porto di Ancona. Qui sono accolti dall'esercito per proteggerli dagli scalmanati comunisti che inveiscono contro quella moltitudine rea, ai loro occhi, di aver voluto fuggire dal regime comunista e tacciata quindi di essere fascista.
Un giornalista dell'Unità aizzò quei facinorosi, infatti, chiamando quel treno “il treno dei fascisti”.
La sera successiva gli esuli, sbigottiti e feriti nell'anima dagli atteggiamenti dei loro stessi connazionali, partono in treno, stipati su vagoni merci, alla volta di Bologna, dove la Pontificia Opera di Assistenza e la Croce Rossa avevano preparato dei pasti caldi, soprattutto per bambini ed anziani.
Il treno arrivò a Bologna solo il giorno seguente, a mezzogiorno di martedì 18 febbraio.
Qui, dai microfoni di certi ferrovieri sindacalisti, fu diramato l'avviso: “se i profugi si fermano, lo sciopero bloccherà la stazione”.
Il treno venne preso a sassate da una nutrita teppaglia che sventolava le sue bandiere e che provvide anche a devastare il cibo destinato ai profughi.
Per non bloccare il più importante snodo ferroviario della Penisola il treno fu fatto ripartire velocemente alla volta di Parma dove i soccorritori poterono distribuire il cibo.
Quel treno venne chiamato “Il treno della vergogna”.
Lo storico Guido Rumici scrive a proposito di quell'evento “si trattò di un episodio nel quale la solidarietà nazionale venne meno per l'ignoranza dei veri motivi che avevano causato l'esodo di un intero popolo. Partirono tutte le classi sociali, dagli operai ai contadini, dai commercianti agli artigiani, dagli impiegati ai dirigenti.
Un'intera popolazione lasciò le proprie case e i propri paesi indipendentemente dal ceto e dalla colorazione politica dei singoli, per questo dico che è del tutto sbagliata e fuori luogo l'accusa indiscriminata fatta agli esuli di essere fuggiti dall'Istria e da Fiume perchè troppo coinvolti con il fascismo.
Pola era una città operaia, la cui popolazione, compattamente italiana, vide la presenza di 3.000 partigiani impegnati contro i tedeschi. La maggioranza di loro prese parte all'esodo”.
Come già detto si stanno realizzando molte iniziative a ricordo di quei tragici fatti.
Il treno della vergogna partì da Ancona ed arrivò a Bologna, due civilissime città furono teatro di quelli accadimenti, forse i più ignobili di tutte le vicende postbelliche perchè perpetrate contro i propri connazionali sfiniti e straziati da barbari persecutori stranieri e sicuri di trovare, dopo la traversata dell'Adriatico, fraterna e civile accoglienza.
E per questo che proprio da Ancona e da Bologna sarebbe giusto aspettarsi delle iniziative forti a ricordo di quei fatti.
Domenico Aquili
