Continuano presso l'ospedale di Camerino gli incontri di formazione con il personale sanitario sui temi della bioetica. Dopo aver parlato in merito alla questione se si debba o meno dire la verità al malato, l'argomento oggetto di questo secondo incontro è stato quello dell'accanimento terapeutico, un tema - come ha sottolineato nel suo intervento l'arcivescovo di Camerino-San Severino Marche mons. Francesco Giovanni Brugnaro - di stretta e drammatica attualità. “Un argomento - le parole di mons. Brugnaro - che sotto il pofilo morale pone il problema del come la tecnologia e la scienza medica debbono venire in aiuto alla vita umana, soprattutto nel suo momento finale, cioè quello della morte. L'interrogativo di fondo, al riguardo, è se la medicina debba combattere contro la morte o contribuire a migliorare la qualità della vita del malato. A questo se ne aggiunge subito un altro che investe soprattutto il rapporto tra medico e paziente, la domanda, cioè, del fino a quando e attraverso quali modalità è lecito che la scienza medica si spinga”. Dopo l'intervento dell'arcivescovo la relazione del dottor Marco Chiarello, primario del reparto di rianimazione e terapia intensiva del nosocomio camerte, che partendo da una frase tratta da un libro di etica medica, e da lui stesso definita sibillina, (“Abbiamo fatto tutto quello che si poteva”) ha inquadrato la questione dell'accanimento terapeutico entro i confini del lecito e dell'eccessivo, confini chiari sotto il profilo dell'etica e della filosofia, nebulosi nei casi pratici, ponendo soprattutto l'accento su chi dovrebbe stabilire quando si tratta effettivamente di accanimento terapeutico e se la sua pratica risponde a canoni di beneficio per il paziente e per i suoi familiari. “Ovviamente il tema dell'accanimento terapeutico - uno dei passaggi più interessanti del prof… - è strettamente connesso con quello dell'eutanasia e qui nasce il problema di contemperare le necessità del medico e le aspettative del paziente e della sua famiglia, soprattutto quando occorre decidere se la continuazione delle terapie sia effettivamente di beneficio o, al contrario, contribuisca a prolungare l'agonia del soggetto. Si tratta di una tematica che presuppone quella della verità, perché proprio il dire la verità sulle condizioni del paziente è condicio sine qua non per capire che si tratta effettivamente di accanimento terapeutico. E allora - le conclusioni del relatore - appare logico che quella dell'accanimento terapeutico sia una strada da non perseguire, anche se si rende necessario creare una coscienza condivisa che investa i professionisti della terapia, dal rianimatore, ai medici dei reparti ospedalieri, al medico di famiglia fino ai familiari o allo stesso paziente che porti a far comprendere come la vita sia giunta al suo epilogo, ciò che rende oltremodo inopportuno l'accanirsi oltre”. Un tema, dunque, che coinvolge le coscienze di molti e che, ragionevolmente, non può trovare risposta in una pura regolamentazione legislativa.