La trasmissione, di generazione in generazione, di un qualsiasi elemento della vita e della cultura di un popolo, è un obbligo cui nessuno può sottrarsi; pena, la perdita di un'identità culturale che è caratteristica del nostro paese. Spesso, purtroppo, la nostra storia è fatta di una tradizione orale, che si sta progressivamente affievolendo, diluendosi con il passare degli anni in ricordi più o meno vaghi, in memorie incerte. Ben venga dunque, qualunque occasione ci consenta di fermare nella nostra mente le usanze e le tradizioni del passato in modo da trasmetterle alle generazioni future.
Sotto quest'ottica merita un plauso generale la vestizione della chiesa di Sant'Urbano realizzata in occasione della festa del patrono, che si celebrerà il prossimo 25 maggio.
La vestizione della chiesa con damaschi fu pensata dal canonico Tommaso Peranzoni, curatore dell'eredità di Baldini. Nel 1671 lo stesso Baldini, prima di morire, dichiarò che “far si dovessero i preziosi paramenti di damasco cremisi, fregiati d'oro”. E preziosi lo furono davvero, se si pensa che i damaschi siano costati circa 1/6 di quanto speso per la costruzione dell'intera chiesa.
La prima vestizione, secondo la tradizione popolare, risale al 1680, con l'addobbo solo delle colonne, mentre tutta la chiesa fu addobbata per la prima volta nel 1823. Una vestizione totale risale di sicuro al 1975 come ricordano parecchi testimoni oculari e foto dell'epoca. La chiesa fu addobbata così come è possibile osservarla in questi giorni. L'ultima vestizione ufficiale, tra l'altro parziale, della chiesa risale al 1997, a qualche mese prima del terremoto che ha sconvolto la nostra regione; da allora più nessuno ha voluto imbarcarsi in quest'impresa senza dubbio impegnativa.
Quest'anno c'è riuscito Giovanni Paolo Soverchia, capace di coinvolgere nell'iniziativa un gruppo di appassionati come lui delle tradizioni del passato. Il merito di Giovannino sta nel voler lasciare una testimonianza scritta di questa fatica, in modo da essere tramandata alle future generazioni. Infatti, tutti i teli verranno numerati e catalogati e verrà realizzata, per mezzo di fotografie, una pianta della chiesa in cui ritrovare facilmente la disposizione dei teli.
Non è, di fatto, agevole districarsi tra i vari drappi damascati. Ogni colonna, ogni capitello, ogni cornicione ha il proprio pezzo, fatto su misura. Dopo il terremoto del '97, i drappi sono stati confusi tra loro ed è stato necessario procedere ad una paziente opera di catalogazione prima di proseguire con la vestizione. Si è inoltre resa necessaria una lunga opera di rammendo dei numerosi strappi prodottesi per l'usura del tempo e per l'imperizia usata nel maneggiarli. La stessa chiesa di Sant'Urbano, dopo il restauro, ha subito modifiche come l'impianto di riscaldamento, che hanno reso poco agevole l'accesso ai cornicioni; molti ganci e chiodi in cui erano attaccati i teli sono scomparsi, così come sono stati tappati i fori, presenti sulla volta, che venivano utilizzati per la calata delle corde necessarie a sollevare gli archi. Inoltre, la vestizione deve essere ben coordinata ed iniziare da un punto ben preciso della chiesa altrimenti c'è il rischio di non riuscire a ricoprire tutta la superficie.
Molto del lavoro è stato eseguito, come si faceva una volta, con l'ausilio delle scale; ragioni di sicurezza hanno imposto l'utilizzo di due “trabattelli” e di una piattaforma mobile, perché i cornicioni si trovano a circa 9 metri di altezza; la volta centrale è oltre i 13 metri.
Il compito ha richiesto una settimana di lavoro da parte di volontari volenterosi; l'opera è terminata sabato 15 maggio, in occasione dell'anniversario della prima messa di mons. Ezio Mosca, celebrata a Belforte del Chienti, 72 anni fa, nel 1938.
Grazie, Giovannino, e soci dell'equipe lavori pesanti.
Alberto Bevilacqua